martedì 10 novembre 2015

Tra pompelmo e pepe


Lo scorso fine settimana ho fatto un rapido passaggio al Good, manifestazione tra il culinario e l'enogastronomico che si tiene in fiera a Udine. Al di là di alcune curiosità degne di nota, come i dolci della tradizione goriziana dell'azienda De Stabile - su tutti i pasticcini di pasta di madorla con ripieno di gubana -, nonché i prodotti della fattoria sociale Ronco Albina - che impiega persone con difficoltà fisiche o sociali, ottenendo devo dire ottimi risultati in termini di marmellate, biscotti e affini - ho trovato anche alcuni birrifici. C'erano i già noti Sante Sabide, San Giorgio, Zahre e Tazebao; nonché Città Vecchia, che esibiva il bottiglione da due litri della sua birra natalizia San Nicolò in confezione regalo (edizione limitata, gli interessati si affrettino) - il che può a buon diritto essere inserito tra le curiosità scoperte al Good, direi.

Da ultimo ho trovato la Birra di Meni; ed ho quindi colto l'occasione per provare l'unica che mi mancava delle classiche, la blanche Dreon. Da sotto il cappello di schiuma spumoso, come d'ordinanza nelle birre di frumento, sale un profumo di agrume particolarmente spiccato che si amalgama a quello del coriandolo e del pepe: e proprio il pompelmo fresco e il pepe, mi ha infatti spiegato Giovanni, vengono aggiunti nel mosto, e si fanno sentire in piena forza. Al palato questi toni diventano più gentili, fugando i timori di chi potrebbe aspettarsi una semi-radler (sacrilegio!) o uno strano intruglio che finisce per far tossire; ma ritornano a gran voce in chiusura, conferendo da un lato una nota particolarmente fresca e dissetante con l'agrume, e dall'altro una sferzata secca e piccante discretamente persistente che farà la gioia di chi ama le speziature. Personalmente la trovo una birra che si apprezza meglio in abbinamento ad un piatto ancor più che da sola, accompagnandola per contrasto a cibi non speziati - altrimenti l'insieme risulterebbe eccessivo: la apprezzerei con una carne bianca, un filetto di pesce, o un risotto con i gamberi. Un'ulteriore conferma che Meni, pur senza far mancare una serie di birre "pulite" e semplici ben fatte, sa giocare abilmente anche con sapori abbastanza arditi e stupire senza strafare.

lunedì 9 novembre 2015

Fiera Birra pordenone, la seconda giornata del secondo weekend

La seconda giornata di Fiera nel secondo weekend è stata per me assai più impegnativa, se non altro perché Davide - che vedete nella foto insieme al suo compagno d'avventura - sembrava aver preso come missione quella di farmi ubriacare alla dieci del mattino, colto dall'entusiasmo per la bontà delle creazioni del Birrificio Della Granda (Davide, lo sai che sherzo, suvvia. In effetti non erano le dieci, era mezzogiorno). Su suo consiglio ho iniziato dalla Sirena, una white ipa che colpisce già all'olfatto per la rosa di profumi tra l'agrumato e il floreale dati dalla ricca luppolatura - cascade su tutti, ha precisato Davide. Il corpo, pur non troppo robusto, rende comunque giustizia al cereale con i toni tra il dolce e l'acidulo del frumento, per chiudere infine con un agrumato secco da pompelmo che, mi sono trovata ad ammettere, non ho mai sentito in nessun'altra birra.  Tanto di cappello dunque per come il Della Granda ha saputo mettere insieme senza fare pasticci il meglio di una ipa con il meglio di una birra di frumento; e manco a dirlo, pochi giorni dopo la Sirena si è aggiudicata il Cretificate of excellence al Brussels Beer Challenge.

Mi era però rimasta la curiosità come avevo scritto in questo post, di assaggiare la Celtic Erik di Cervogia, beerfirm che si appoggia al Della Granda. Nella foto vedete il bicchiere appunto accanto ad una pianta di erica, fiore che dà l'aromatizzazione a questa ale ambrata insieme alla mirra. Sia al naso che al palato l'erica si fa sentire in forza, tanto che ho scherzosamente affermato che annusare il bicchiere o la pianta era la stessa cosa (vabbè, quasi); il che, se da un lato va ad aggiungersi sul fronte del dolce alla presenza importante del malto - essendo peraltro una single malt -, viene parzialmente bilanciato dai torni più resinosi della mirra in chiusura. Nel complesso l'ho trovata una birra molto dolce e forse un po' sbilanciata sui toni floreali; certo piacerà molto a chi invece predilige questo genere di sapori. Davide mi ha fatta poi concludere con ben altro genere, la black ipa Balck Hop Sun: un tripudio di aromi e sapori tra il cioccolato e il caffè, con una presistenza amara ben netta e forte che contrasta e sposa allo stesso tempo i sapori precedenti risultando del tutto abbordabile e gradevole anche a chi il luppolo lo ama sì ma con cautela. Seconda nota di merito al Della Granda, dunque, quantomeno per ipa e affini - nonché per la mia personale opinione.

Ho poi nuovamente fatto visita agli amici del Birrificio di Quero, di cui ho provato la portabandiera della casa, la Pils: su cui non ho molto da dire non perché non sia buona, ma perché può essere considerata un classico esempio "da manuale" del genere, liscia, pulita e senza fronzoli. Constatazione che, come qualsiasi birraio vi confermerà, non ha assolutamente nulla di denigratorio: piuttosto il contrario, in quanto si tratta di uno stile tutt'altro che facile a farsi pur nella semplicità del risultato finale.

Altro tour de force degustativo è stato quello fatto allo stand di Birra del Borgo, che non ho potuto mancare dato che ha ottenuto il titolo di birrificio dell'anno da Unionbirrai. Ho iniziato con la Morning Rush, una ale tra il biondo e il ramato che il buon Matteo mi ha spiegato essere contraddistinta dall'hop deck, ossia l'aggiunta di luppolo in fiore - cascade coltivato a Modena, per l'esattezza - nel mosto. La luppolatura è in effetti particolarmente morbida e si amalgama con il malto, crando un gioco tra note quasi mielose e altre più tra il floreale e l'agrumato date dal cascade. Di seguito sono passata alla CastagnAle, una bock con il 20% di castagne affumicate, coriandolo e buccia d'arancia: manco a dirlo, l'aroma è una girandola di profumi, che pur facendo spiccare l'affumicato della castagna - anche al palato - non tradisce nemmeno note più speziate. Da ultimo la MyAntonia, che tanto mi avevano decantato: una imperial pils che, pur senza voler stupire, si distingue al'interno del genere per la luppolatura particolarmente generosa.

Non ho mancato nemmeno un saluto alla Compagnia del Fermento, che distribuisce la Weiherer Bier di Kundmuller, accolta come sempre con calore da Antonia: da segnalare, per gli interessati, il "parco birre biologiche" (passatemi il termine) brassate dalla casa, tra le quali mi permetto di segnalare la Urstoffla - una lager rossa dai toni quasi di mou all'aroma, per poi virare sulla frutta secca.


Da ultimo il Birrificio Estense di cui ho provato una novità (almeno per me), la Rue de l'Eglise: una lager bionda che però Samuele si è affrettato a definire "strong lager", essendo particolarmente corposa sul fronte dei malti e presentando una rosa di aromi più complessa rispetto ad altre lager - dal floreale all'erbaceo. Estremamente beverina nonostante gli otto gradi e i toni forti, complice il finale secco e un buon bilanciamento al'interno della complessità a cui accennavo.

Naturalmente questi sono solo alcuni dei birrifici presenti, e non me ne vogliano gli altri: si fa quel che si può, anche in termini di degustazioni...

giovedì 5 novembre 2015

Fiera birra Pordenone, la prima giornata del secondo weekend

Sì lo so, sono in ritardo: però, meglio tardi che mai, ecco il mio resoconto del secondo weekend della Fiera della birra artigianale di Pordenone. Anche in questo caso procederò in ordine rigorosamente casuale nel raccontarvi di alcuni di birrifici incontrati, in buona parte peraltro nuove conoscenze. Il primo con cui mi sono fermata a fare due chiacchiere è stato i signor Carpano, distributore di diversi marchi spagnoli, italiani e americani - cito Barcelona Beer Company, Cerveza La Pirata, oltre che la birra Maraffa di Cesena. Tra le tante ho provato la Caldera Ipa dell’americana Caldera Brewing Company: una ipa morbida e armoniosa, in cui i luppoli - che pur prediligono i toni dell’amaro erbaceo - non tradiscono il malto al palato, lasciando una persistenza resinosa e non invasiva.

In seconda battuta ho fatto la conoscenza di Terre d’Acquaviva, birrificio di Atri (Teramo), che aveva portato cinque birre - la blonde ale Lunatika, la pale ale Oropuro, la amber ale Aretusa, la weizenbock Granamaro e la White ipa Kalaveras. Per quanto quest’ultima mi fosse stata descritta  come la punta di diamante della casa, non ho potuto resistere alla curiosità della weizenbock - genere piuttosto raro a trovarsi. Il frumento, ben presente all'aroma, non sovrasta il floreale del luppolo saaz con cui si armonizza bene; mentre l’aggiunta di buccia d’arancio e il lievito conferiscono una certa speziatura all’aroma, per chiudere sull’agrumato. Una birra che mi ha colpita per la sua armonia e pulizia pur nella complessità, e che ha fatto si che, quando mio fratello più tardi ha chiesto una white ipa, non abbia potuto non chiedergliene un sorso. Risulta in effetti piuttosto peculiare all’interno del genere, dato l’uso dell’avena e di un lievito che conferisce una speziatura dal blanche; il che, unito al luppolo citra, dà come risultato finale una birra in cui toni agrumati, citrici e amari a momenti si alternano e a momenti si fondono. Detta così può sembrare un pasticcio, però risulta molto rinfrescante e beverina: ragion per cui farà magari storcere il naso ai puristi, ma - almeno a sentire il ragazzo al banco - è la birra di maggior successo.

Ho fatto un'incursione anche da Alta Fermentazione, distributore di birre belghe - tra cui Lupulus, Bastogne e Rulles, di cui già ho avuto modo di scrivere in passato -: io però mi sono data alla gueuze à l'ancienne di Tilquin, notevole per l'acidità delicata che si unisce ad un amaro discreto. In tutto e per tutto una gueuze abbordabile anche per i palati meno abituati alle fermentazioni spontanee.







Ho concluso la prima giornata da Le Baladin, calorosamente accolta da Elio e Giuseppe. Lì l’offerta era naturalmente assai varia, e mi sono diretta sulla Niña, una bitter spillata a pompa - il che ha indubbiamente reso giustizia alle note amare e di caramello insieme all’olfatto, al corpo esile grazie alla bassa carbonatazione e delicatamente maltato, fino alla chiusura resinosa con un’ultima punta di caramello. Non poteva poi esserci modo migliore per chiudere la mia visita allo stand - nonchè la giornata - che una Xyauyù, la celebre “birra da divano” - per i non adepti, un barley wine - di Teo Musso, che già avevo provato in versione fumèe. Quella classica evidenzia assai di più le note dolci e marsalate, di caramello e frutta secca, tutte particolarmente intense: senz'altro un must per i cultori del genere, qui interpretato in maniera personale dal noto birraio.
E qui chiudo dunque il resoconto della prima giornata: per conoscere il resto, rimanete sintonizzati...

lunedì 2 novembre 2015

Fusti di frontiera


No, non è un errore di battitura: sto infatti parlando non di Gusti di Frontiera - nota manifestazione goriziana dedicata all'enogastronomia e all'agroalimentare - ma di Fusti di frontiera, simpatica seraata organizzata dal Birrificio Campestre nella sua sede di Corno di Rosazzo, in collaborazione con il birrificio Antica Contea di Gorizia e l'osteria Alla Terrazza di Cividale. Quest'ultima vanta come propria specialità il frico - in innumerevoli versioni, da quello classico, a quello con la salsiccia, a quello con il radicchio rosso -, che ha infatti servito per l'occasione; e promuove tra l'altro la sfida "Man vs frico", che vede gli intrepidi mangiatori fronteggiarsi nell'impresa di finire nel più breve tempo possibile un chilo e mezzo del piatto portabandiera del Friuli - fatto, per chi non lo sapesse, con tre tipi diversi di formaggio Montasio, cipolla e patate. Il campione in carica ce l'ha fatta in poco più di tre minuti: come dicono nel wrestling, don't do it at home, potreste non uscirne vivi.

Venendo alla birra, ho finalmente avuto l'occasione di assaggiare la Scur di Lune, la porter di casa Campestre. Una porter che senz'altro rispetta la filosofia originaria dello stile, il poterne bere a più a più pinte: il tostato e il caffè tipici del genere sono infatti assai delicati e leggeri sia all'aroma che al palato, e il corpo esile - sono una purista e quindi mi urta usare l'inglese watery, che in questo caso potrebbe essere appropriato, però l'italiano "annacquato" appare denigratorio - prelude ad una chiusura affatto persistente. Insomma, una porter "pulita" e da manuale, senza particolari pretese.

Sono poi passata alla birra di Natale di Antica Contea, la Doggin' Gilly. No, i cani non c'entrano nulla: si tratta di un gioco di parole - ai quali del resto Antica Contea ci ha abituati, a partire dalla What Stay in the Soup - nato dal triestino "Do gingilli", "due palle", sia dell'albero di Natale che di ben altra natura. Quando Andrea mi ha messo il bicchiere tra le mani, mi sono quasi chiesta se mi avesse versato del vin brulè: perché questa birra, in tutte le fasi, è un tripudio di chiodi di garofano, cannella e zenzero. Mi sono trovata d'accordo con Andrea nel constatare che la Doggin' Gilly non ha ancora trovato il suo equilibrio, e che una maturazione più lunga sicuramente aiuterà; chissà, magari sarà pronta proprio per Natale.
Da ultimo, una nota di merito a Giulio in primo luogo e anche a tutti gli altri organizzatori, per aver saputo mettere in piedi una serata semplice e gradevole, dimostrando che le idee buone non necessariamente sono complicate e che fare squadra è una di queste.

venerdì 30 ottobre 2015

Le fatine dell'Expo

Mi ero sempre annoverata, se non tra le fila dei no Expo, quantomeno tra quelle dgli scettici; sabotare no, per carità, ma nemmeno andarci, a vedere sto carrozzone mettendosi in fila come pecoroni - ho maniere migliori di impiegare il mio tempo, grazie. Alla fine però mi sono fatta trascinare, e così mercoledì scorso mi sono trovata allegramente non "tra" le fila ma "in" fila, insieme a tanti altri - no, l'accredito stampa non fa miracoli, inutile che inveiate contro i soliti giornalisti che entrano gratis ovunque senza problemi.

Vi risparmio il resoconto dei vari padiglioni con più o meno coda (anche se il criterio di scelta è stato rigorosamente quello del "no o ai timp di piardi", come dicono i friulani, "non ho tempo da perdere"); fatto sta che, quando ormai stanchi e in calo di entusiasmo stavamo per intraprendere la lunga camminata verso l'uscita, Enrico ha proposto di entrare in uno dei padiglioni vicini a palazzo Italia, in cui erano esposti e venduti alcuni prodotti tipici. Ed è stato lì che è finalmente comparso ciò che già da qualche ora agognavamo per ristorarci, ossia la birra. Abbiamo infatti conosciuto l'agribirrificio Le Fate di Comunanza (Ascoli Piceno), che prende il nome da una leggenda dei Monti Sibillini, dove il birrificio è nato quattro anni fa. Ad unirsi è stata l'esperienza del birraio e sommelier Mauro Masacci e dell'agricoltore Antonio Dionisi, che appoggiandosi alla malteria Cobi di Ancona utilizzano l'orzo coltivato in loco per brassare - 700 ettolitri annui circa.

Ad accogliermi allo stand sono stati i simpaticissimi Roberto Testa e Fabio Gabrielli, che mi hanno illustrato le birre disponibili - oltre che coinvolta in un'appassionata discussione sull'ortodossia degli stili, che penso ricorderò a lungo con piacere. Abbiamo iniziato con La Sibilla, una ale chiara e semplice, dagli aromi floreali e corpo leggero. La chiusura è pulita, complice anche una punta di acido che accompagna la luppolatura delicata. Abbiamo poi proseguito con la Ladeisi, un'altra ale chiara aromatizzata alla mela rosa. L'acido leggero al naso, in cui il luppolo è pressoché assente, apre ad un corpo ben pieno - grazie anche all'aggiunta di grano - in cui la mela non è affatto sovrastante, ma contrbuisce ad una nota elegante tra il dolce e l'acido che ben si armonizza con l'insieme. Oltretutto la mela rosa dei Sibillini è presidio Slow Food, e la stessa Slow Food ha dato alla Ladeisi il titolo di Birra Quotidiana. Da ultimo la Lalcina, una ale dal colore ramato, che presenta degli aromi speziati dal lievito a cui si aggiungono quelli della buccia di bergamotto. Il corpo caldo conduce ad una chiusura caramellata ma non stucchevole, complice anche il bilanciamento dato dall'agrume.

Nel complesso, tre birre che ho gradito; e che mi hanno lasciato un buon ricordo di una giornata passata a sgomitare a fare code tra i padiglioni...

mercoledì 28 ottobre 2015

E' arrivato il "biambasciatore"

Qualcuno di voi forse ricorderà di aver letto della mia visita al Lord Byron Pub, di cui avevo scritto in questo post; e qualche tempo fa ci sono tornata cogliendo il nuovo invito di Daniele, felice di brindare insieme al suo doppio successo. Il publican di San Michele al Tagliamento è infatti stato nominato lo scorso settembre ambasciatore mondiale Gulden Draak, e l'11 ottobre Cavaliere d'Orval - dopo aver visto sempre riconfermato il titolo di ambasciatore dal 2012. Titoli puramente onorifici, si dirà, e che prestano il fianco alla critica di voler fare puro marketing; però si tratta quantomeno di marketing "intelligente", trattandosi di riconoscimenti conferiti non in base ai volumi di vendita, ma all'attenzione che i publican riservano al servizio e alla promozione delle birre in questione - nonché al contributo che danno alla diffusione della cultura birraria in senso lato, perché chi sa "trattare" bene una Orval difficilmente sbatterà sul tavolo una weizen calda versata in un baloon.


Daniele ha - giustamente - preso a raccontare la storia sin dall'inizio,ossia dalla sua prima nomina ad ambasciatore d'Orval nel 2012 - e che, almeno i triestini e i friulani, associano anche a Daniele Stepancich del Mastro Birraio di Trieste; stesso anno in cui ha ottenuto anche la nomina ad ambasciatore Guldeen Draak, conferita invece in base ai voti degli utenti su web. Quest'anno però, tra i quasi mille ambasciatori presenti in tutto il mondo, Gulden Draak ha voluto lanciare una sorta di sfida - che andava dal cucinare piatti con la birra, all'abbinamento birra e cibo, alla valutazione più generale del locale e del servizio, fino alla "goliardica" costruzione di una drago, simbolo del marchio, usando i cartoni - per sceglierne uno a livello mondiale: sfida che ha appunto vinto Daniele, che a settembre si è recato in Belgio accolto da tutti gli onori da Jef, patron della Gulden Draak - con tanto di barbecue a casa sua, "perché i belgi sono gente semplice".

Soddisfatto di essere l'unico "biambasciatore" italiano - sia d'Orval che Gulden Draak -, ha però aggiunto un altro titolo - "per quello che i titoli possono valere: io mi considero un publican, uno che fa servizio" -. L'11 ottobre è infatti stato nominato Cavaliere d'Orval - in buona compagnia di Daniele Stepancich, come potete vedere nella foto - è stato nominato Cavaliere d'Orval - titolo conferito direttamente dalla Confrerie Sossons d'Orvaulx per meriti particolari nel campo della cultura della birra, non necessariamente legati alla gestione di un locale. Insomma, doppio colpo per i publican tra Tagliamento e confini giuliani.

Ho concluso provocandolo sulla "sottile linea rossa" che divide il marketing e la promozione della cultura della birra: "Certo la motivazione alla fonte di questi riconoscimenti e sfide, come quella della Gulden Draak, è commerciale - ha riconosciuto Daniele -, ma non è separata dal fare cultura della birra e dalla promozione della qualità. Perché sia Orval che Gulden Draak, così come tanti altri birrifici sia artigianali che industriali, cercano di fare del proprio meglio: ma se noi publican non sappiamo vendere e servire il prodotto, vanifichiamo il loro lavoro". Che dire, non resta che brindare - in questo caso con una Gulden Draak, per coerenza. Cheers!

martedì 27 ottobre 2015

Fiera birra Pordenone, parte seconda: i nuovi amici

Come capite già dal titolo, a Pordenone non ho soltanto trovato vecchi amici, ma ho anche avuto modo di conoscerne di nuovi. Il primo - seguendo un ordine semplicemente cronologico - è stato Alessandro Gaudenzi di Padus Cervisiae, agribirrificio piacentino (che infatti fraternizzava con il simpaticone dello stand del gnocco fritto). Alessandro da due anni a questa parte si considera "un agricoltore che fa la birra", ed è stato spinto su questa strada dalla curiosa scoperta di un acetificio dove avrebbe avuto la possibilità di maltare il suo orzo: e così, dall'iniziale idea di un brewpub - poi abbandonata perché più laboriosa dal punto di vista economico e gestionale - è passato a quella dell'agribirrificio. Sono tre le birre in repertorio: la bitter Placentia, la blanche Mater, e la Stella Alpina - che Alessandro ha definito "doppio malto": chiamiamola strong ale - aromatizzata al ginepro. Ho assaggiato la blanche, dagli aromi floreali con una speziatura leggera in cui spiccano il coriandolo e la buccia d'arancia; il corpo è abbastanza scarico, senza una gran presenza del lievito, e il finale acidulo rende giustizia al cereale - Alessandro usa peraltro il frumento maltato, come nelle weizen: in questo senso è una blanche decisamente atipica, anche se non per questo meno piacevole e fresca. Del resto, sugli stili Alessandro ha le sue idee: niente ipa e apa "modaiole", ha affermato, e per ora nemmeno la "classica" bionda, ma gli stili in cui pensa di poter fare del suo meglio.

Il secondo è stato il San Giorgio di San Giorgio di Nogaro (perdonate il gioco di parole), che già avevo avuto modo di incontrare a Gusti di Frontiera, ma di cui non avevo scritto in attesa di parlare con il birraio. Attesa che ha pagato, perché la conversazione con Renzo Comuzzi è stata decisamente interessante. Anche in questo caso si tratta di un agribirrificio aperto da un anno e mezzo - "per me è partito tutto dalla passione per l'agricoltura" -, che ha tre birre in cartellone: una ale bionda, una scura e una al castagno e achillea. Nella fattispecie ho riassaggiato la scura Otello, perché a Gorizia non mi aveva convinta, avendomi dato l'impressione di una tostatura sbilanciata che cadeva nel bruciato; in realtà mi sono ricreduta, e grazie alla descrizione che me ne ha fatto Renzo ho avuto modo anche di spiegarmi quella nota finale di un tostato di genere indescrivibile data dal farro non maltato - "non riesco a fare le cose normali", ha ammesso . Di più ho apprezzato però la Cjastine: l'amaro del miele di castagno e l'achillea si sposano perfettamente sia all'aroma che al palato, lasciando una leggera punta dolce soltanto nel corpo, per chiudere con l'amaro dato non dal luppolo ma dallo sposalizio di cui sopra. Una birra al miele alquanto originale ed equilibrata, nonché la meno dolce che abbia mai provato - e del resto devo dire che, aggiungendo anche Jeb e Benaco 70, di birre al miele ben fatte a Pordenone ce n'erano.

Il terzo birrificio in realtà l'avevo già incontrato a Milano, ma non avevo avuto modo di assaggiare le loro birre: il San Biagio di Nocera Umbra, nato al'linterno dell'azienda agricola biologica del monastero di San Biagio. Il loro panorama produttivo è abbastanza vasto e va dalla pils, alla weizen, alla strong alle; io ho provato la Monasta - che si vanta di appartenere ad un "nuovo stile birrario ispirato alle antiche tecniche produttive dei monaci trappisti" -, un'ambrata con miele e alloro. Anche in questo caso l'alloro è usato sapientemente per bilanciare il miele, che pur rimanendo preponderante sia all'aroma che nel corpo, lascia poi spazio ad una chiusura più amara e secca. Da consigliare appunto a chi ama i generi belgi, patiti dell'amaro astenersi (nonostante l'alloro).

Da ultimo mi sono fermata allo stand dei simpatici ragazzi abruzzesi che distribuivano le birre di Opperbacco, La Casa di Cura e Bibibir; più una white ipa che i due brassano in beerfirm al Bibibir con il nome di Big Hop. A questo punto non potevo non provare quella che, perdonatemi la semplicità, definirei "una birra tranquilla tranquilla": luppolatura fresca e floreale, corpo esile e beverino, e una chiusura di un discreto amaro citrico - da bere in quantità nelle giornate estive.

Che altro dire, ora mi e ci aspetta un altro weekend a Pordenone: per chi è da quelle parti, e per chi da quelle parti volesse venire di proposito, vi aspetto!