domenica 6 ottobre 2013

Gusti di frontiera, parte terza: il gusto della rosa

Dicevamo, per l'appunto, della Rosa di Gorizia: non un fiore, come avevo inizalmente pensato, ma una varietà di radicchio - affermava con orgoglio il dépliant informativo sul banco dello stand - la cui coltivazione è stata documentata per la prima volta nel 1873 dal barone austriaco Carl Von Czoernig, ma che affonda le sue tradizioni in tempi ben più remoti. Chiaro che, essendo originaria della provincia di Treviso, quando si è parlato di radicchio mi si sono campanilisticamente rizzate le orecchie: vorrai mica che quello coltivato a Gorizia sia più buono del nostro?

Mi sono così avvicinata per fare due parole con la ragazza dello stand dell'azienda Rosa di Gorizia della Biolab, che commercializza prodotti vegani pubblicizzati anch'essi allo stand (e che, ironia della sorte, ha sede in Via dei vegetariani 2 a Gorizia). La giovane mi ha assicurato, come facilmente desumibile, che al di là del più o meno buono questo radicchio è semplicemente diverso: non solo nell'aspetto - assomiglia appunto ad una rosa -, ma anche nel gusto, essendo meno amaro. Come tutti gli ortaggi di questo mondo, si tratta di un prodotto stagionale (per quanto spesso ce ne dimentichiamo, essendo abituati a trovare le zucchine al supermercato anche a gennaio): per questo non ha potuto farmene assaggiare di fresco - disponibile tra novembre e metà marzo - ma soltanto di conservato nell'olio extra vergine e tritato in crema da spalmare sui crostini.

Personalmente non l'ho trovato molto meno amaro di quello di Treviso - anche se, a onor del vero, è il prodotto fresco a fare fede più che quello conservato -; però ammetto che non ho potuto fare a meno di pensare che un sapore così richiamava una buona birra, magari una pils per accompagnare il finale amaro, oppure, perché no, un'ambrata per contrastarlo - se la San Gabriel per fare la birra al radicchio usa come base l'ambarata, un motivo ci sarà.

Non sapevo che sarei stata presto accontentata: poco più avanti sono incappata, come a FriuliDoc, nello stand del birrificio Tazebao, dove in buon Giorgio, ancor prima che potessi proferire verbo, mi ha messo tra le mani un bicchiere della loro ambrata. Anche in questo caso, fusto e condizioni climatiche diverse hanno fatto la differenza: l'ho trovata - guarda te la coincidenza - decisamente più amara della volta precedente, per quanto rimanesse ancora riconoscibile. Insomma, abbinamento perfetto.

Rifatto il carico energetico, potevo proseguire: nel resto della piazza, che stava per fortuna cominciando ad animarsi, era aperta qualche bancarella di prodotti sloveni...

venerdì 4 ottobre 2013

Gusti di frontiera, parte seconda: a casa dell'ape

Ok, l'avrete immaginato: la buonanima successiva che mi ha offerto riparo era un simpatico signore allo stand di una cooperativa di apicoltori goriziani (di Lucinico, per la precisione), La casa dell'ape. Scordatevi il millefiori o l'acacia: per carità, c'erano, "Ma quelle sono le qualità classiche", ha tagliato corto quasi con sufficienza il buon apicoltore. La serie di sapori disponibili, infatti, è tanto sorprendente quanto insolita.

Forse vi sarà capitato di assaggiare il tarassaco, dal gusto molto deciso; ma dubito abbiate mai provato la marasca del Carso, ricavato da una pianta - il prunus mahaleb, nella foto - che cresce unicamente sulle terre rosse dell'altipiano e si riesce a produrre soltanto in poche annate: come dice il nome stesso, ha un peculiare sapore di ciliegia selvatica. Altra specialità della casa è la melata, prodotta non dal fiore ma dalla linfa - le api la ricavano cioè lambendo le gocce zuccherine sulla superficie delle foglie -, dal sapore quasi caramellato; e il mix balsamico, un miele con olii essenziali di eucalipto, pino mugo, menta piperita, timo bianco, anice stellato e propoli: decisamente sconsigliato da spalmare sul pane - è davvero molto forte -, ma che promette di fare miracoli anche nel caso del peggiore dei raffreddori - e c'è da crederci, quel profumo lì apre qualsiasi naso.

Ad incuriosirmi è stato però il "mix energetico", non potendo non chiedermi che cosa mai avesse dentro: miele millefiori, polline, propoli, pappa reale e gingseng. Insomma, una bomba: dopo due cucchiai di questo, c'è di che trasformarsi in un razzo missile, come dice la canzone. Devo ammettere che per i miei gusti era decisamente troppo dolce: personalmente ho apprezzato di più la marasca, forse anche per la sua particolarità.

Mentre mi dilettavo ad assaggiare, il buon apicoltore mi ha peraltro svelato uno dei maggiori arcani con cui mi confronto da anni a colazione: ossia come mai alcuni tipi di miele cristallizzino nel giro di poco tempo, costringendomi a lunghe battaglie per spalmarli sul pane - oppure, lo ammetto, a scioglierli scaldandoli nel microonde, vero e proprio sacrilegio in quanto a conservazione della qualità. "Dipende tutto dal grado di fruttosio - ha spiegato -: quelli che ne contengono di più, come l'acacia, il castagno e la melata, restano liquidi più a lungo; mentre quelli che hanno più glucosio cristallizzano velocemente, perché è uno zucchero non solubile in acqua". A 'nvedi tu, non si finisce mai di imparare. Curioso anche il fatto che gli apicoltori della Casa dell'ape avessero portato lì proprio i loro maggiori soci in affari, ossia le api stesse: in una sorta di teca chiusa ce n'era infatti uno sciame intero, per la gioia soprattutto dei (pochi, dato il clima infelice) bambini che passavano.

A quel punto, senza nemmeno bagnarmi, mi sono spostata al banco accanto, quello della Rosa di Gorizia: mi aspettavo fossero fiori, e invece...

giovedì 3 ottobre 2013

Gusti di frontiera, parte prima: pane caldo, il profumo dell'infanzia

Chi di voi conosce il Friuli Venezia Giulia, forse si sarà chiesto come mai non ho scritto nulla su Gusti di Frontiera, la manifestazione enogastronomica di Gorizia che ha riunito quest'anno 260 stand da oltre venti Paesi europei: e in effetti eccomi qui, pur con un certo ritardo. In fondo, non potevo mancare: si tratta di un'occasione unica non solo per gustare le prelibatezze di tanti popoli diversi, ma anche e soprattutto per incontrarli - barriere linguistiche permettendo -, dato che alle bancarelle sono presenti i produttori direttamente dall'estero. Più che mangiare e bere, insomma, mi sono fatta delle lunghe ed interessanti chiacchierate.

A dire il vero la cosa non era iniziata sotto i migliori auspici, dato che avevo scelto di andarci domenica: l'unico giorno di pioggia in tutta la manifestazione - e che pioggia, dato che in regione ci sono stati dei veri e propri nubifragi -, con una sfortuna che ha del fantozziano. Al mio arrivo in città, al quadretto sarebbero mancate solo le palle di sterpi che rotolavano: in strada non c'era nessuno, e quasi tutti i gazebo erano ben chiusi.


Ormai però ero lì, quindi tanto valeva avventurarsi; e dopo quasi mezz'ora che camminavo sotto l'acqua, con i piedi ormai zuppi, ho trovato la prima anima buona che mi ha offerto riparo sotto il suo tendone, il ragazzo della Sardexport di tal Lello Canu. Come dice il nome stesso, un'azienda che esporta prodotti tipici sardi, dal pane carasau alla bottarga, dai formaggi caprini ai prosciutti di pecora. Forse gli ho fatto pena, perché per prima cosa mi ha offerto pane carasau e pecorino: però, dato che tanto non c'era nessun altro il giro, ne è nata una conversazione amichevole, che mi ha permesso di rimanere un po' di tempo al riparo e ristorarmi con uno dei migliori pecorini che mi sia mai capitato di assaggiare.

Non potendo rimanere tutta la mattina tra cacio e pecorini, ho ripreso il cammino; ma dato che la pioggia si faceva sempre più fitta, ho dovuto andare presto alla ricerca di un altro riparo. Già stavo meditando una sosta caffè in un bar, quando ad attirare la mia attenzione è stata una sorta di casetta di legno da cui usciva uno degli odori più caratteristici della mia infanzia: quel misto di fumo, braci e pane caldo che contraddistingue i forni a legna, come quello che usava mia nonna.

E proprio a fare il pane era intento il buon Matteo, che mi ha accolta all'asciutto e al caldo dentro il suo stand. Tra una carica di legna e l'altra, mi ha raccontato come era arrivato lì: Matteo infatti non è propriamente un panettiere, ma lavora per Il prato degli ortaggi, una fattoria biologica sul Garda gestita da una giovane coppia tedesca che vende direttamente o consegna a domicilio genuini prodotti di stagione. Siccome tra questi prodotti c'è anche la farina del loro grano, e quindi il pane, Matteo ha imparato l'arte: "E quando in Spagna ho conosciuto il figlio della proprietaria di questa panetteria, una signora tedesca, mi sono messo in collaborazione". Signora tedesca che è puntualmente comparsa richiamandolo all'ordine: nonostante il nubifragio, infatti, la coda davanti al banco per comprare il pane appena sfornato era già considerevole. "Ma se vuoi rimanere ancora un attimo, non disturbi"...

Mi sono fatta scrupoli ad approfittare dell'ospitalità, così sono andata oltre; e dopo aver superato la bancarella delle frittatine olandesi, su cui svettava un mulino a vento - che però, devo ammetterlo, aveva del kitsch - e una serie di stand desolatamente chiusi, a darmi rifugio è stata una casa, la Casa dell'Ape... (continua)

mercoledì 2 ottobre 2013

Luppolo e tabacco, parte seconda

Alcuni di voi ricorderanno forse il mio post Luppolo e tabacco, pubblicato lo scorso luglio; e il buon fummelier - non sto a rispiegarvi cos'è, leggetevi il post precedente, è per questo che esistono i link...- Marco Prato, del Club del Toscano, è tornato in brasserie per una replica della riuscitissima degustazione "Birra e sigari" di cui sopra. Questa volta, peraltro, sono arrivata preparata: sapevo tutto sul fumo lento, sul tabacco puro e su quello aromatizzato, sugli abbinamenti per similitudine e quelli per contrasto. Insomma, avevo studiato.

Questa volta quindi per prima cosa sono andata a farmi dire che sigari aveva portato, dato che sarei stata in grado di capire di che cosa stava parlando: in quanto al tabacco puro c'era l'Antico - il più amaro -, l'Extra vecchio e il Modigliani - il più leggero; mentre tra gli aromatizzati c'era quello al caffè, alla vaniglia, al cioccolato fondente, alla grappa e all'anice. Fossero state caramelle, non ci avrei pensato due volte. Ovviamente il tutto era accompagnato dai già apprezzatissimi crostini al formaggio spalmabile e sigaro grattugiato, una vera chicca.

La scoperta della serata è stata però la ruota organolettica, che Marco mi ha gentilmente illustrato e regalato: due dischi concentrici fissati con un fermacampione, che riportano sull'uno i tipi di sigaro, e sull'altro gli abbinamenti possibili. Facendoli ruotare, si ottengono le combinazioni suggerite: l'Antico, ad esempio, va accompagnato al vino rosso e ai distillati; quello alla vaniglia sta bene col liquore e con il caffè; e l'extra vecchio con i vini e i distillati.


In quanto ad accompagnare la birra, la ruota non la dà mai come "abbinamento ottimale"; la annovera però tra gli "abbinamenti da provare" con il Garibaldi - leggermente dolce -, l'Extra vecchio, il Classico, il Modigliani, quello all'anice e al caffè. Personalmente, insieme a certe stout, non avrei escluso nemmeno quello al cioccolato fondente; ma gli esperti sono loro, quindi non metto bocca - letteralmente.

In quanto a birre però l'auctoritas è Matilde, così siamo andati a chiedere a lei che cosa avrebbe abbinato ad un sigaro: e la sua scelta è caduta con decisione sulla Smoked Porter - la brassano diversi birrifici, ma la Brasserie tiene quella del Birrificio del Ducato - che ha sentori, appunto, di braci e di fumo. "A te però, tesoro, darei una Pannepot" ha concluso, cambiando le carte in tavola dato che comunque non avrei fumato. Dato che Matilde conosce i miei gusti, mi sono fidata: e in effetti mi sono brillati gli occhi quando mi sono vista mettere davanti un gioiellino di Belgian Strong Ale, direttamente dalle Fiandre. Nella descrizione era incluso praticamente qualsiasi tipo di aroma, dalle spezie, al caffè, al caramello: ce n'era abbastanza per cercare di non pensare al fatto che fa 10 gradi e berla lo stesso. In effetti, la girandola sia di aromi che di sapori che sprigiona è così varia da disorientare: se all'olfatto prevale il tostato del caffè, al gusto si fanno sentire più pienamente le spezie, mentre il retrogusto inizialmente liquoroso poi vira sul dolce del malto. Insomma, una birra unica ma assai impegnativa, da bere a piccoli sorsi e senza sete - perché è tutt'altro che dissetante, avendo un gusto così corposo.

In tutto questo mi spiace solo per il buon Marco, che nonostante il suo impegno e la sua verve - che fa sì che riesca a coinvolgere in queste serate anche i più convinti avversari del fumo - non è riuscito a farmi provare nemmeno un sigaro: però, lo giuro, io ci ho messo la massima buona volontà per capire gli abbinamenti...




martedì 1 ottobre 2013

Festival di Fiume, ottava tappa: arriva la bora

Come dicevamo, si trattava ormai di superare l'ultimo scoglio: in questo caso il birrificio Campagnolo di Muggia, in provincia di Trieste. Come nel caso del Baracca Beer un microbirrificio gestito da due fratelli, Angelo e Michele Campagnolo, che ci hanno accolti al banco; con un po' più di esperienza però, in questo caso, dato che i due brassano dal 2007.


I fratelli Campagnolo, a dire il vero, erano un po' meno loquaci degli altri birrai presenti; così abbiamo deciso di lasciar parlare le loro birre che, a testimoniare il legame con la terra d'origine, prendono tutte il nome dal celebre vento che soffia su Trieste. C'è la Bora Ciara, una weizen ad altra fermentazione; la Bora Scura, una rossa Monaco; e il Borin, una pils che dopo una prima lievitazione a bassa fermentazione nei tini passa in bottiglia per una seconda lievitazione ad alta fermentazione. A queste si aggiungono altre birre speciali a seconda della stagione, e dato il periodo sarà da tener d'occhio il Capriccio di Bacco, una chiara doppio malto con aggiunta di mosto d'uva in uscita proprio in questi giorni.

Ho avuto modo di provare la Bora Ciara, che mi sembrava la più interessante in base alla descrizione che me ne avevano fatto i birrai: non filtrata e non pastorizzata - come tutte le Campagnolo -, rifermentata in bottiglia, e prodotta con acqua di Trieste non trattata. Devo ammettere che forse non ho fatto la scelta giusta, o forse non sono in grado di apprezzare a pieno le weizen; fatto sta che, per quanto sia comunque una signora weizen che non ha nulla a che vedere con quelle comprate al supermercato o bevute in un qualsiasi bar - soprattutto in termini di aroma -, non mi ha "colpita", nel senso che non vi ho trovato quell'unicità che invece ho sentito nella maggior parte delle birre di quella sera. Per carità, magari in futuro avrò occasione di assaggiarne una delle altre e rimarrò strabiliata, anche perché i numeri per fare buona birra i Campagnolo ce li hanno tutti; spero solo non me ne vogliano se dico che la Bora Ciara non mi ha lasciata a bocca aperta, per quanto indubbiamente soddisfatta.

Bene, il nostro lungo pellegrinaggio a Fiume giunge qui al termine: ci si rivede su questi schermi, per il resoconto di un altro evento di tutto spessore...

lunedì 30 settembre 2013

Festival di Fiume, settima tappa: Bradipongo reloaded

Giunti ormai quasi alla fine del pellegrinaggio, abbiamo ritrovato un'altra vecchia conoscenza: il Bradipongo di Colle Umberto (Treviso), di cui avevo già avuto occasione di provare le birre durante la degustazione in Brasserie descritta in questo post. Così siamo tornati, per così dire, a salutare: tanto più che quella sera non avevamo avuto modo di parlare direttamente con Andrea, Anna e Alessio, alias i tre tecnologi alimentari che - cito il loro sito - "hanno deciso di collaborare con qualche miliardo di cellule di lievito". Ad accoglierci è stata Anna, che per fortuna, quando le ho detto chi ero, non se n'è uscita con un "Ah, sei tu quella disgraziata che non ha capito assolutamente nulla delle nostre birre e ha scritto delle cavolate pazzesche": a volte, diciamocelo, è un mio timore. Ma in questo caso il mio post poi così male non doveva essere, dato che ci ha invitati a tornare - più tardi, grazie, in quel momento non era il caso...- a bere qualcosa.


Anche in quanto a birre, quindi, era un ritrovare delle vecchie amiche: i nostri avevano infatti portato i grandi classici della casa, tra cui la Mafalda - una belgian ale rossa che, al di là dell'omonimia col mio idolo dei fumetti, è pienamente nelle mie corde per quanto il retrogusto caramellato lasci un po' assetati -, e la BradIpa, una India Pale Ale che la volta scorsa avevo eletto a vera punta di diamante della scuderia Bradipongo - nonché delle Ipa in generale, insieme alla Freewheelin' di cui ho già parlato e alla Punk Ipa del Brewdog.

Ed è infatti su questa che, una volta smaltiti i bicchieri precedenti, è caduta la mia scelta: l'aroma di frutta e il retrogusto deciso di pompelmo sono notevoli, e la rendono molto dissetante nonostante il moderato tenore alcolico (6 gradi). Anche la luppolatura piuttosto forte, che in genere tendo a non apprezzare molto, nel caso della BradIpa è peculiarità imprescindibile. Sostanzialmente, diciamo che ho puntato sull'usato sicuro.

Ormai non mancava che l'ultima fatica, ossia lo stand del birrificio Campagnolo: accidenti, è proprio dura lavorare...

domenica 29 settembre 2013

Festival di Fiume, sesta tappa: Zahre e filosofia

Lo stand successivo che abbiamo visitato non ci era certo nuovo: Zahre, la birra di Sauris, quella che conosciamo da più tempo le presenti. Insomma, un nome, una certezza: tanto che - queste sì - le abbiamo provate tutte (nel tempo, cosa credete?), dalla Chiara Pilsen, alla Rossa Vienna, alla Canapa, all'Affumicata. C'è da dire, peraltro, che la nostra passione per Sauris non è certo legata solo alla birra o allo speck: viaggio dopo viaggio, questo paesino sperduto è diventato quasi un "luogo dell'anima", per cui andare lì vuol dire ristorarsi ottimamente non solo dal punto di vista culinario, ma anche da quello - passatemi il termine - spirituale.


Sarà un caso, ma proprio di questo sono finita a parlare con il buon Massimo, il cotitolare e responsabile della produzione: un saurano "vero", nato e cresciuto lì, che dopo aver fatto - come tanti in montagna - l'esperienza di cercare miglior fortuna altrove è tornato in fondo a questa valle impervia. "Quando nasci e cresci in un posto del genere - ha raccontato mentre stava dietro la spina - sei obbligato a porti delle domande: il silenzio, la quiete, gli amici che se ne vanno...ti trovi a chiederti che senso abbia vivere lì". E Massimo, probabilmente, l'ha trovato: "Dopo un periodo di lontananza, mi sono reso conto che ero circondato da tanta bellezza. E così sono tornato. Non tutti quelli che arrivano lassù capiscono Sauris...serve un rapporto spirituale col luogo". Ecco, mi sono detta, ha usato la stessa parola. E chi l'avrebbe mai detto che la birra stimola a filosofare, dato che da lì il discorso poi è proseguito.

Già, perché mica eravamo a mani vuote: entrambi avevamo nel bicchiere - solo un assaggio, lo giuro...questa è una foto di qualche tempo fa, come testimonia l'abbigliamento invernale... - di Canapa, che avevo scelto sull'Affumicata - la mia preferita, come ho già avuto modo di scrivere - giusto per cambiare. Devo ammettere che questa volta l'ho apprezzata meglio: ho sentito in pieno la particolarità dell'aroma dei fiori di canapa - questo sì "floreale" - e il gusto delicato, anche in questo caso del tutto particolare dato l'uso - appunto - della canapa. Molto dissetante, peraltro, complice anche il grado alcolico basso (5 gradi).

Che dire? Me ne sono andata non solo piacevolmente dissetata, ma soprattutto con la sensazione di aver appena fatto una bella conversazione con un amico, pur avendo conosciuto Massimo non più di un quarto d'ora prima...